

Euforbia versus protozoo
Un’importante scoperta scientifica tutta sarda ha isolato una molecola naturale che riduce del 95% la crescita e la moltiplicazione dei protozoi (parassiti) che causano la Leishmaniosi.
La Leishmaniosi, chiamata così in ricordo di William Leishman, il medico inglese che un secolo fa osservò la malattia, è una malattia parassitaria assai frequente tra gli animali, soprattutto tra i cani, che sono i principali incubatori, ma può colpire anche in forma grave gli esseri umani, in particolare gli individui immunodepressi come malati di Aids o persone sottoposte a trapianto. Esistono tre forme di leishmaniosi umana, la forma viscerale, la più grave, è endemica in Italia. Maggiormente osservata in alcune regioni del centro-sud (Campania, Lazio) e delle isole (Sicilia). Ma anche in alcune regioni costiere tirreniche del centro-nord (Toscana) e del nord (Liguria). Dagli anni '90 è in aumento in tutto il territorio nazionale, con circa 200 casi registrati nel 2000.
Questo tipo di infezione è diffusa in tutto il mondo tranne che in Oceania e Antartide, è una antropozoonosi, cioè una malattia che colpisce animali e uomo, quindi qualcuno deve fare da tramite. In questo caso si tratta di piccoli insetti ematofagi dell'ordine dei Ditteri (famiglia Psychodidae). In Italia il vettore più importante è la specie Phlebotomus perniciosus. Volgarmente chiamato pappataccio, è un piccolo insetto (4 mm) peloso, di colore giallastro o grigio e zampe lunghe. Il corpo piega ad angolo retto subito dopo la testa, facendogli assumere un aspetto gibboso. Hanno lo stesso problema vampiri, infatti sono animali notturni perché la luce diretta del sole li uccide in pochi istanti. Attivi da giugno a settembre anche con due generazioni. Le larve non nascono nell’acqua, come le zanzare, ma nelle fessure del terreno (temperatura tiepida e molta umidità). Come per le zanzare anche la femmina adulta di pappataccio deve fare un pasto di sangue prima di deporre le uova e, se aveva precedentemente punto un cane infetto, trasporta nel suo intestino un microbo, un protozoo flagellato (Leishmania donovani infantum). così facendo il protozoo passa nel sangue dell’uomo, da qui nel midollo osseo, fegato o milza.
L’incubazione della malattia è di 10 giorni, i sintomi sono: febbre, stanchezza, disturbi digestivi oppure febbre costante irregolare, pallore, gonfiore milza, diarrea, mancanza d’appetito. Le terapie oggi disponibili portano a guarigione completa nel 96% dei casi.
Fortunatamente non è così semplice ammalarsi, perché il protozoo deve compiere nell’insetto una parte del proprio ciclo, per questo la diffusione della malattia nell’uomo è minore rispetto a quella nel cane.
Siccome la malattia attacca l’uomo dopo contatto con cani malati, la miglior prevenzione e creare cure per i cani.
La Leishmaniosi canina è una patologia fino ad oggi di difficile soluzione. A partire dagli inizi degli anni novanta, le segnalazioni di nuovi focolai di Leishmaniosi canina in Italia sono state sempre più numerose e in tutte le regioni del centro-sud, tradizionalmente endemiche, si è verificato un aumento preoccupante dell'incidenza. Sembrerebbe quindi che in Italia sia in rapida espansione verso latitudini settentrionali, costituendo per queste aree un problema emergente di sanità veterinaria. Nel sud della Sardegna ne è affetto quasi il 95% dei cani.
Sintomi nel cane: perdita appetito, forfora e caduta dei peli, atteggiamento malinconico (posizione del muso schiacciato a terra).
Sintomi nel cane: perdita appetito, forfora e caduta dei peli, atteggiamento malinconico (posizione del muso schiacciato a terra).
La pianta alla quale si è deciso di chiedere aiuto è l'Euphorbia characias, un arbusto diffuso in tutta la Sardegna, che ora assume un ruolo di assoluto rilievo perché potrà portare in tempi brevi alla produzione di un principio attivo utilizzabile a scopo sanitario.
La molecola naturale in questione, che arresta la moltiplicazione dei parassiti trasmessi dal papataccio, è stata estratta dal lattice di questa specie di Euforbia.
Gli studi sono stati eseguiti nella sezione di Biochimica e biologia molecolare del Dipartimento di Scienze applicate ai biosistemi da un team di ricercatori dell’università di Cagliari coordinati da Giovanni Floris ordinario di Biochimica e Biologia molecolare. Gli scienziati cagliaritani hanno potuto contare sulla collaborazione dell'Istituto Zooprofilattico sperimentale della Sardegna, diretto dal dr. Manuele Liciardi, e sui finanziamenti della Fondazione Banco di Sardegna.
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c) Ancora più eclatante fu il caso riscontrato alla periferia di Cagliari di un 